Backrooms: un buon esempio di horror delle origini?

Con spoiler

AntwangCinemaRecensione7 lug 2026

Backrooms: un buon esempio di horror delle origini?

Backrooms è uno dei pochi esempi virtuosi di film basati su un brand preesistente, per giunta proveniente da Internet e dal mondo dei meme. Questo non solo perché la narrazione riesce a essere fedele al concept originale senza intaccarne gli assunti di base, ma anche e soprattutto perché il film riesce a dimostrarsi innovativo, e quindi più completo, presentando nuove interpretazioni e nuove chiavi di lettura che non snaturano ma anzi arricchiscono il mondo delle backrooms.

Innanzitutto, come categorizzare questo film? In virtù dell'intento di suscitare timore e ansia profondi nello spettatore, esso è indubbiamente un horror; ma si tratta di un horror autentico che riprende la poetica degli autori originari del genere, rinunciando alle scappatoie facili e anestetizzanti dei film più recenti. Innanzitutto, si tratta di horror psicologico di matrice poeiana, poiché l'elemento che più scatena terrore è l'impatto che le vicende della storia e i suoi significati più profondi hanno sulla nostra psiche, portandoci a riflettere sulla verosimiglianza dei fatti con quanto sentiamo nel profondo. Le backrooms in questo film diventano infatti molto più che un luogo tetro e minaccioso a livello fisico: esse sono anche un luogo di perdizione spirituale e di disagio mentale, per via dell'esplicita connotazione psicologica che ne viene data. Inoltre, poiché l'origine di queste stanze rimane ignota e misteriosa, posta ambiguamente ai confini della realtà fisica, si può affermare che il film riprende anche elementi di horror lovecraftiano e surrealista, basato quindi sullo sgomento di fronte all'Inconoscibile.

Le backrooms, di base, generano inquietudine a causa della loro generica somiglianza con qualcosa che già conosciamo: ancora prima che un luogo effettivo può essere anche solo una sensazione che abbiamo provato in qualche posto della nostra esperienza passata. Esse si basano infatti sul concetto freudiano di perturbante (Unheimlich), ossia qualcosa che suscita disagio se non aperto terrore in virtù della familiarità che abbiamo con l'oggetto di riferimento a livello inconscio. Le backrooms e in generale gli spazi liminali sono costruiti proprio per rievocare memorie sbiadite di luoghi che abbiamo visitato magari nella nostra infanzia o comunque in circostanze passate, e che abbiamo registrato inconsciamente insieme alle sensazioni che essi suscitavano in noi (la Stimmung cara ai pensatori romantici); se gli spazi liminali permettono di metterci a contatto con un generico senso di nostalgia per tali eventualità passate, che possono richiamare un periodo di maggiore spensieratezza, le backrooms riescono invece a trasmettere un senso di agitazione e turbamento in quanto caratterizzate da una maggiore tetraggine e ambiguità sensoriale.

L'innovazione portata dal film risiede proprio nell'ampliamento di tale concetto, che assume una valenza psicologica ancora più esplicita e allo stesso tempo profonda. In questa storia, le backrooms si qualificano come qualcosa di più di un semplice luogo in cui riecheggiano sensazioni psicofisiche passate, diventando un'allegoria del disagio mentale persistente. Il protagonista Clark finisce infatti nelle backrooms nel suo momento peggiore, caratterizzato da un'insoddisfazione profonda nei confronti della propria vita, principalmente per un lavoro che non lo fa sentire realizzato e per la brusca fine del suo rapporto sentimentale. Come affermato dalla sua psicologa, egli si trova bloccato in una situazione in cui preferisce ripetere sempre gli stessi pattern comportamentali piuttosto che muoversi verso un cambiamento sostanziale; viene citato a tal proposito il percorso neurale di minor resistenza, che è la base neurologica di questo suo loop di ruminazione mentale depressiva e inconcludente.

Per tale motivo, la scoperta di una complessa rete di stanze asettiche così misteriose ma affascinanti sotto il suo negozio dà a Clark nuova linfa vitale, se non altro sotto forma di un nuovo stimolo su cui canalizzare le sue energie, in un ritrovato senso di meraviglia verso il mondo. Ma questa curiosità si trasforma ben presto in ossessione, proprio per il sottofondo di insoddisfazione che permea la sua vita: in mancanza di altri impulsi significativi, egli diventa schiavo di questa nuova scoperta, perdendo le giornate a mappare il territorio apparentemente infinito delle backrooms, ritirandosi sempre di più dal mondo esterno e rinchiudendosi in quella realtà sotterranea e solitaria.

Proprio in base a questi aspetti le backrooms diventano qui una metafora di quello stato di clausura autoreferenziale nei propri pensieri disfunzionali - che nei casi peggiori porta al ritiro sociale - tipica di molte condizioni psicopatologiche (disturbi depressivi e d'ansia in primis). Il fatto che la psicologa Mary conoscesse già questo tipo di disagio attraverso il ricordo di sua madre simboleggia quella diffusione intersoggettiva della sofferenza - che razionalmente dovrebbe annullare quel senso di solitudine che si esperisce durante le crisi più acute - in virtù della quale si decide di aiutare il prossimo, nel suo caso specializzandosi nella cura della sofferenza mentale stessa. Quando quest'ultima decide di andare a salvare Clark ormai intrappolato nella sua metaforica gabbia mentale, ciò che avviene è un simbolico confronto con il proprio passato traumatico, da affrontare ora con i nuovi mezzi acquisiti nel corso della vita adulta, tra cui le conoscenze della psicologia stessa.

Mary fa notare a Clark che la base di questo suo loop mentale risiede nella proiezione della sua negatività verso gli altri che lo porta a scagionare sé stesso da ogni colpa. Proprio quando le sue difese sembrano allentarsi, però, Clark viene ucciso dalla sua versione distorta generata dalle backrooms, che è da interpretare come la parte di sé più ostile al cambiamento; fuor di metafora, questo può essere letto come il cedimento della ragione nei confronti dei pensieri intrusivi, come nel caso degli atti autolesionistici e suicidari. La scena in cui Mary riesce a liberarsi dal Clark mostruoso utilizzando una roccia che portava con sé fin da piccola simboleggia al contrario la rivalsa di Mary contro la sua sofferenza, in quanto è riuscita a superarla senza rifuggirla ma anzi esplorandola costruttivamente.

Il film si chiude rivelando l'esistenza di una rete di scienziati e ricercatori che sta cercando di studiare il fenomeno delle backrooms. Il fatto che queste sfuggano ancora alla comprensione del team è un altro aspetto che permette di interpretarle psicologicamente come un'allegoria dell'inconscio, ovvero la parte più recondita e a-razionale della psiche, dove albergano gli impulsi più profondi e difficilmente decifrabili in autonomia. Oltre a ciò, vediamo che nelle backrooms si formano repliche ambigue e deformate del mondo esterno, cosa che richiama il funzionamento dei sogni, per i quali la mente si basa sui ricordi dell'attività cosciente. Bisognerà vedere cosa si scoprirà in più con il proseguimento della storia, anche se sarebbe come sempre un peccato razionalizzare troppo ciò che sfugge alla logica...