La miglior versione di Nosferatu?

Con spoiler

AntwangCinemaRecensione7 lug 2026

La miglior versione di Nosferatu?

Nosferatu nasce come rivisitazione cinematografica della storia di Dracula: il film muto di Murnau è uno dei primi esempi di horror nel cinema e presenta delle modifiche non indifferenti a quella che è la storia originale del romanzo Dracula di Bram Stoker, a partire dai nomi dei personaggi ma anche e soprattutto per il finale. Tali differenze hanno reso Nosferatu un’effettiva versione alternativa di Dracula, che vive solo attraverso il medium cinematografico: il successivo Nosferatu di Werner Herzog, infatti, non è più un adattamento del romanzo di Stoker ma un remake del film di Murnau.

Che cosa dire, invece, del recente film di Robert Eggers? Ogni elemento, a partire dal titolo, lo identifica come un secondo rifacimento della storia di Nosferatu, che mantiene le modifiche al “canone” di Dracula tipiche dei film precedenti (come la scelta di chiamarlo “conte Orlok”, il fatto che la luce uccida il vampiro, il sacrificio finale di Ellen ecc.), ma non si può non notare come esso sia debitore anche del romanzo di Bram Stoker e di precedenti adattamenti come il Dracula di Coppola (quest’ultimo per la ripresa della tematica romantica in relazione a Nosferatu). Ciò fa pensare che il Nosferatu di Eggers voglia proporsi più che altro come una versione onnicomprensiva, una summa di tutto ciò che il vampiro per antonomasia è stato, sia in letteratura che nel cinema, sia come Dracula che Nosferatu.

Nel film di Murnau Nosferatu è l’incarnazione del Male puro, simboleggiato dalla pestilenza, in grado di insinuarsi nelle menti delle sue vittime, rappresentando così la tentazione del peccato in senso teologico; nel film di Herzog – che può usare il sonoro a suo vantaggio – egli diventa più autoconsapevole, capace di riflessioni esistenziali sulla morte e sulla finitezza che lo rendono un personaggio romantico (in senso artistico) e quindi un’incarnazione del Male che simboleggia il malessere psicologico e il male di vivere; oltre a ciò, Dracula è anche simbolo di lussuria e amore edonistico, poiché l’atto vampirico di nutrirsi del sangue delle vittime è spesso connotato in senso sessuale: la versione di Coppola è la più esplicita in merito, caratterizzando Dracula come un essere sovrannaturale in cerca dell’amore che ha conosciuto in vita. Viene da chiedersi come si pone il Nosferatu di Eggers in relazione a tutte queste caratteristiche e simbologie del personaggio storico. La risposta è che le incorpora tutte, diventando la quintessenza di Nosferatu.

In questo film Nosferatu si presenta a Ellen come “puro appetito”, venuto a fondersi con lei sia nella carne che nello spirito poiché invocato da Ellen stessa. È qui riassunta la filosofia del personaggio di Nosferatu, che tramite questa presentazione si descrive in prima persona come espressione della corruzione morale e peccaminosa, in specie lussuriosa, ossia forza ammaliatrice che agisce carnalmente ed emotivamente, quindi romantica ed erotica al tempo stesso (in sostanza, tutte le caratteristiche sopra riportate). Tuttavia, Eggers riesce a qualificare il personaggio in una maniera inedita, aggiungendo un’ulteriore modifica alla tradizionale storia di Nosferatu che riesce a renderla ancora più moderna (o meglio, postmoderna) rispetto alle precedenti.

Il cambiamento in questione riguarda il suo rapporto con il personaggio di Ellen, che si scopre aver evocato Nosferatu ancora prima dei fatti narrati (lo vediamo nell’antefatto posto come scena iniziale del film). Ellen si connette psichicamente con Nosferatu, in virtù delle sue capacità extrasensoriali, poiché preda di un certo turbamento spirituale, che la porta ad avere pensieri peccaminosi. Il malessere che prova Ellen viene identificato come una forma di solitudine e malinconia esistenziale, che le impedisce di vivere appieno la sua vita e che si estende a tutti i suoi affetti, incluso il marito. In una scena Ellen dice infatti a Thomas di aver sognato di sposarsi con la Morte e di avere apprezzato tale visione; si tratta di un pensiero inconsciamente adultero che cela qualcosa di più profondo, ossia l’insoddisfazione quasi immotivata per la propria vita.

Il malessere di Ellen richiama quindi il taedium vitae leopardiano-schopenhaueriano, quel male di vivere conscio dell’irrazionalità dell’universo e della nullità del piacere. In un’altra scena rivela infatti alla sua amica di come certe volte si senta una bambola in balia del caos cosmico, ossia un essere vuoto manovrato dalla contingenza irrazionale dell’universo, senza un reale potere su ciò che fa e ciò che è; quest’ultima sensazione conferma il nichilismo insito nel turbamento di Ellen, che sfocia nella depersonalizzazione. In sintesi, Ellen prova una forma di depressione melanconica, a sfondo esistenziale, che si esplica in un profondo senso di anedonia e apatia verso il mondo e le altre persone.

Alla luce di ciò, Nosferatu diventa una rappresentazione dei pensieri intrusivi che si hanno in uno stato di malessere psicologico, che sia ansioso, depressivo, maniacale, ossessivo-compulsivo ecc. Ellen ricerca il piacere di un’esperienza nuova e proibita, che possa spezzare il ciclo opprimente della routine, attraverso l’evocazione del conte Orlok, che le promette un’avventura adultera. In questo senso, Nosferatu è puro appetito, cioè pulsione, desiderio, istinto incontrollabile e – in termini religiosi – impulso peccaminoso, che tenta di distogliere Ellen dalla retta via della morale cristiana.

Orlok svolge quindi una funzione simile a quella del serpente della Genesi: egli cerca di insinuarsi nella mente di Ellen per portarla al tradimento del marito, ma è Ellen ad averlo chiamato in primo luogo, il che significa che è Ellen a volere inconsciamente il tradimento. Come spiega Orlok stesso, lui riesce ad ammaliare e “possedere” solo chi è già predisposto ad accoglierlo, ossia – fuor di metafora – solo chi è già predisposto al peccato. Orlok non potrebbe agire se Ellen non lo avesse invocato, e lei lo ha invocato perché preda del malessere: quindi, è il suo turbamento interiore la vera causa del peccato. Il topos delle storie su demoni e vampiri che prevede che l’entità possa possedere qualcuno solo con il consenso di quest’ultimo (si veda il tipico patto con il diavolo di faustiana memoria) diviene qui espressione della natura peccaminosa di Ellen, che ha già dentro di sé ciò che Orlok cerca per adescare nuove vittime.

Questo aspetto risponde alla domanda posta da Ellen sull’origine del male (se esso provenga da noi stessi o dall’aldilà), propendendo per la visione intimistica e psicologica: il male viene da dentro (dalla psiche) e, anche quando sembra venire da fuori, è pur sempre influenzato da ciò che si ha dentro, tanto che eventuali cause esterne si configurano più come concause che cause primarie e possono addirittura divenire determinanti solo in virtù di un malessere già esistente, come nel caso di un singolo evento triste che influenza di più il morale di una persona che è già depressa in partenza rispetto a una persona priva di tali problematiche. Nosferatu diventa quindi la personificazione degli aspetti più reconditi dell’Io, ossia l’inconscio (rimando alle interpretazioni junghiane del film).

Ellen può infatti battere il Male (Orlok) solo confrontandosi con sé stessa, in un atto privato; nessun altro può realmente aiutarla nel confronto diretto con il suo Male, neanche il marito. Dopotutto, considerando che non era l’assenza di Thomas la vera causa del malessere (che infatti è poi continuato), egli non può essere neanche la soluzione. La scena in cui i due fanno sesso sotto l’influenza di Orlok, dopo che Ellen urla a Thomas che lui non potrebbe mai soddisfarla come Orlok, segna il punto di maggiore sottomissione di Ellen all’influenza maligna del conte, e quindi delle sue stesse ansie e inquietudini emotive. Ellen finisce per alienarsi sempre di più dai suoi affetti e per rigettare il marito perché si autoconvince, per via del suo stato depressivo, di non meritare la loro benevolenza e, in special modo, l’amore di Thomas.

A tal proposito, il viaggio di Thomas da Orlok è interpretabile come il tentativo di Thomas di fare i conti con il malessere della moglie, che sta compromettendo la loro relazione e mettendo alla prova lo stesso Thomas. Il suo timore reverenziale per Orlok è una metafora della sua paura di perdere la moglie per una causa che gli è difficile comprendere fino in fondo. Orlok, come entità sovrannaturale, è imperscrutabile nella sua vera essenza per un essere umano (la messinscena rende bene il concetto graficamente, lasciando il suo volto nella penombra fino all’ultimo), e ciò diventa anche simbolo dell’indecifrabilità della mente umana e dell’impossibilità di comunicare sentimenti e stati d’animo complessi, specialmente nei casi di disturbo psicologico. Thomas che cerca di fuggire da Orlok è Thomas che cerca di allontanarsi dalle difficoltà che la moglie gli presenta, poiché non ha una reale soluzione per ciò che non può neanche comprendere.

La psiche è dunque la vera base del malessere di Ellen, dove per “psiche” si intende l’aspetto mentale delle funzioni cerebrali (non riconducibile all’aspetto fisiologico-neurologico), e non – come nel pensiero teologico (e, nondimeno, demonologico) – l’anima come entità spirituale e immortale, distinta dal corpo e in grado di sopravvivergli nell’aldilà. Secondo questa versione, il male discenderebbe dalle entità ultraterrene (demoni, fantasmi, vampiri e così via) che agiscono su ciò che è ultraterreno nell’essere umano, ossia l’anima religiosamente intesa, traviandola con delle promesse nefaste. È pur sempre possibile rispondere così alla domanda sul Male, ma a mio avviso questa è la risposta tipica delle precedenti versioni di Nosferatu, laddove quella di Eggers presenta come sua novità la propensione verso l’intimismo.

E, in accordo con tale visione, anche il finale assume una sfumatura inedita. Ellen comprende di doversi sacrificare concedendosi a Nosferatu, così da distrarlo fino all’alba che è fatale per lui. Se nella storia originale di Nosferatu, il sacrificio di Ellen era motivato dalla sua rettitudine morale (in quanto donna vergine), nella versione di Eggers esso diventa invece il modo specifico in cui Ellen si purifica dai suoi peccati; quindi, è il sacrificio a motivare la rettitudine, che è la conseguenza. Esso è perciò il simbolo del compiuto pentimento per i suoi peccati.

Nel film di Murnau, infatti, si scopre che l’unico modo per battere Nosferatu è tramite il sacrificio di una donna pia e vergine che si concede di sua spontanea volontà al vampiro, il che richiama l’idea rigida di cristianità della morale puritana, secondo cui le pulsioni devono essere tenute a bada e represse con la massima forza; si ha una totale condanna della sessualità se essa non contribuisce alla riproduzione. Pertanto, si richiede di sacrificare una vergine proprio perché concepita come la massima espressione di devozione alla cristianità, che si esplica in un forte controllo dei propri impulsi.

Adesso, invece, Ellen è una donna in preda ai sensi di colpa per essersi già fatta trascinare dal peccato, scaturito dal suo malessere intrusivo, che ha ormai trasformato la sua condotta nei confronti del marito arrivando a compromettere il loro amore e, dunque, il sacramento matrimoniale, così come ha trasformato la sua condotta verso la vita, che viene svalutata portando al nichilismo (che è in aperta antitesi con l’ottimismo teistico). Quello che succede ora, quindi, è la realizzazione da parte di Ellen di doversi sacrificare proprio per rimettersi dai suoi peccati; il sacrificio diventa quindi l’espressione del pentimento più autentico. Il pentimento avviene infatti interiormente, nel profondo della propria coscienza (che è l’anima per le persone di fede), dove Dio è l’unico testimone. Quest'ultimo, non potendo essere ingannato, scorge il reale stato d'animo della persona e perciò concede la Grazia (tale è la concezione di Abelardo).

Dunque, è ancora una volta richiesto un sacrificio (non tanto come punizione quanto come espiazione), ma almeno, per essere sacrificabile, la donna non deve essere l’idea di vergine immacolata avulsa dalla realtà materiale, bensì una donna più realisticamente radicata nella possibilità del male. La soluzione, inoltre, essendo quella di concedersi al Male per attraversarlo e superarlo, diviene critica della repressione puritana, mettendo a nudo come sia essa il vero male, e non l’impulso che è invece naturale (tema già analizzato da Eggers in The Witch).

Tutto ciò per fare un confronto con le precedenti versioni nella loro interpretazione teologica, ma, tornando all’interpretazione psicologica, il fatto che Ellen si conceda a Orlok per ucciderlo diventa anche la rappresentazione di come il malessere, se non curato, conduce al totale annichilimento dell’io. Il finale è più tragico che mai, poiché l’unico modo per estirpare l’appetito di Orlok, ossia il Male depressivo, è quello di lasciarsi travolgere da esso nella maniera più totale – in mancanza delle cure adeguate. L’atto di Ellen può quindi essere visto anche come il suo soccombere alla pulsione di morte, l’abbandono della vita terrena concepita come insopportabile.

In ultima analisi, con l’importante cambiamento della psicologia di Ellen, che conduce alla differente sfumatura del finale, Eggers riesce a rendere il suo Nosferatu la versione a mio avviso più completa ed esaustiva, poiché – come detto inizialmente – essa mantiene intatti tutti i temi che si legano alla storia di Dracula, con le relative interpretazioni del personaggio, aggiungendone una inedita e più in linea con lo spirito contemporaneo – cosa che, da sola, giustifica il remake. Pertanto, la mia scelta di interpretarlo in maniera psicologica è volta a sottolineare la novità di tale chiave di lettura, che però non si impone come l’unica possibile, ma anzi si può arricchire con quelle tradizionali (che non ho ampliato per brevità e perché sono quelle già assodate). Il fatto di aggiungere questa componente pulsionale, in maniera ancora più specifica rispetto alle precedenti, rende il Nosferatu di Eggers un importante esempio contemporaneo di horror gotico e decadente in stile Edgar Allan Poe, ossia l’horror delle origini. Per questo motivo è – se non la versione migliore – la mia versione preferita.