Steel Ball Run: è davvero la parte migliore di Jojo?

Le bizzarre avventure di Jojo è una delle storie più folli mai raccontate, ma non per questo dovrebbe essere bollata come un’opera priva di significato. La serie, pur mantenendo costantemente un intento parodistico nei confronti dei battle shonen alla Ken il guerriero o Dragon Ball, è riuscita facilmente a crearsi un’identità propria, indipendente da ogni opera simile venuta prima. Steel Ball Run, considerata da gran parte dei fan la miglior parte della storia, è una dimostrazione lampante delle capacità narrative di Araki, che ha saputo sfruttare il suo folle universo non solo per decostruire le dinamiche dei manga/anime più in voga ai suoi tempi, ma anche per costruire un nuovo canone, da cui altri artisti hanno poi attinto.
Jojo versione western
Innanzitutto, Steel ball run ha una struttura narrativa più dinamica, che riesce ad amalgamare l’assetto verticale di Stardust Crusaders (in cui ogni episodio, o insieme di episodi, copre una sfida autoconclusiva) con la narrazione più orizzontale delle parti successive (in cui ogni episodio contribuisce maggiormente a portare avanti la macro-trama). La storia alterna, infatti, i singoli combattimenti con nemici sempre più impegnativi al proseguimento del viaggio generale orientato alla missione principale: questo, appunto, in maniera più dinamica, mettendo in scena faccende di ogni tipo sullo sfondo di una corsa di cavalli che attraversa il continente americano.

La scelta di costruire la solita trama folle alla Jojo su una premessa che richiama il genere western porta la serie verso una direzione mai battuta prima e permette di ribaltare comicamente la serietà tipicamente associata a questo genere, che ha dato vita ad alcuni dei massimi capolavori cinematografici. La serie riesce però ad essere ugualmente impattante per lo sviluppo dei personaggi, che in più occasioni si confrontano con dilemmi morali e codici d’onore tipici del western. L'inserimento dei combattimenti tra stand e delle stravaganze dei personaggi di Jojo fa quasi percepire la sensazione di voler portare il genere western, associato principalmente al secolo scorso, in un contesto più contemporaneo, fondendolo con lo stile giovanile dei manga battle shonen.
Allo stesso tempo, però, la scrittura si fa più matura, rispecchiando il cambio di target voluto da Araki per questa parte, che passa su una rivista seinen. Il percorso di Johnny Joestar è un vero e proprio ritrovamento di un’identità perduta a seguito dell’incidente che lo ha reso paraplegico. Motivato dall’interesse per il misterioso Gyro Zeppeli e dalla speranza di cambiare la sua situazione tramite il suo ignoto potere, Johnny partecipa alla gara, rimettendosi già così a contatto con il suo passato da fantino prodigio, ormai messo da parte per l’abbattimento emotivo. Compiendo questo viaggio, Johnny maturerà nuove consapevolezze su sé stesso che lo aiuteranno ad affrontare la vita superando gli errori del passato; il tutto a partire dall’acquisizione di uno stand.
Il significato degli stand
Gli stand costituiscono sicuramente l’aspetto più affascinante di Jojo, e in questa settima parte se ne fa l’uso più interessante. In generale, essendo descritti come la manifestazione fisica del potere spirituale di una persona, gli stand possono essere interpretati come un simbolo di resilienza e autoaffermazione. In ogni parte della storia, infatti, i personaggi si impegnano a portare avanti una missione affrontando avversità di ogni tipo, avventurandosi in dimensioni inedite, mentre devono imparare a controllare e gestire dei poteri che non pensavano di avere. Le sfide dei protagonisti, oltre a quelle portate dagli antagonisti di turno, sono prima di tutto interne, ossia psicologiche e morali: gli stand, come molti poteri dei supereroi classici, sono una parte del Sé con cui il portatore si deve confrontare per raggiungere una convivenza sana con la propria dimensione interiore.

In altre parole, conoscere il proprio stand vuol dire ottenere un’autocomprensione invidiabile che porta ad abitare il proprio corpo e, di conseguenza, il mondo esterno con più maturità e consapevolezza. Così si può riassumere l’arco narrativo di molti eroi dei classici battle shonen, il cui addestramento corrisponde, allegoricamente, a un ascolto della propria interiorità, così da mettersi in contatto con la propria persona a un livello intimo e soddisfare i propri bisogni psicologici insiti. Questo livello di analisi profonda non emerge più di tanto nelle prime parti di Jojo, che rimangono più superficiali e bidimensionali per quanto riguarda lo sviluppo dei personaggi. Ma è opinione comune che la scrittura dei diversi archi diventa via via più complessa e stratificata, così da raggiungere gradualmente questo significato più profondo.
Steel ball run costituisce l’esempio più esplicito di questa interpretazione del power system di Jojo, poiché fa espressamente evolvere in diversi stadi il potere dei personaggi principali. E l’evoluzione del potere va di pari passo con l’evoluzione del personaggio. È così che la settima parte raggiunge il livello di scrittura più compiuta, non solo nelle parti d’azione e combattimento ma anche e soprattutto in quelle legate alla storia personale dei personaggi (sempre nei limiti di un’opera di questo tipo, ovviamente... non parliamo di C’era una volta il West). Però va lodata soprattutto la capacità di Araki di inserire, all’interno del racconto di una corsa di cavalli, elementi di teologia cristiana, di fisica quantistica e di critica alla politica statunitense facendo filare il tutto.
