Toy Story 5 ha fatto centro?

La recensione di Toy Story 5

AntwangCinemaRecensione19 giu 2026

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Ancora una volta la Pixar riesce a giustificare narrativamente l'esistenza di un sequel azzardato per una saga storica già conclusasi degnamente, analizzando una nuova prospettiva del mondo dei giocattoli finora non trattata. Il film si esprime infatti sul rapporto dei bambini con i nuovi dispositivi tecnologici, pronti a soppiantare i giocattoli "vecchia scuola" grazie ai loro stimoli dopaminici intensi e continui che rapiscono le nuove generazioni più di ogni oggetto fisico, che diviene la copia statica e inerte di un qualsivoglia videogioco o social network.

Con l'arrivo di Lilypad ogni gerarchia viene rimessa in discussione: se già Toy story 4 si esprimeva sul cambiamento di ruoli nel microcosmo dei giocattoli dovuto al passaggio di questi nelle mani di una bambina nuova con interessi diversi (quindi un cambiamento generazionale), questo nuovo capitolo fa lo stesso attraverso la nuova minaccia tecnologica, considerando quindi l'aspetto sociale più ampio, ossia i cambiamenti della società civile nel suo complesso (e riecheggiando così il celebre e nostalgico dissidio tra Buzz e Woody del primissimo film).


Toy story 5 ritrae efficacemente l'assetto della società postmoderna: rapida, individualista, sovrastimolata ma allo stesso tempo superficiale, una società liquida (per citare Bauman) in cui i rapporti umani scivolano ed evaporano come fluidi senza lasciarsi dietro una "solida" sostanza. Questo viene esplicitato mostrando le attitudini comportamentali dei bambini della nuova generazione, mostrati, neanche troppo caricaturalmente, come perennemente attaccati agli schermi e dissociati dalla realtà, al punto da arrivare a schernire chi ancora conduce attività considerate vetuste come giocare con i giocattoli. Con questo punto il film vuole mettere in guardia dalla spinta all'omologazione e alla perdita dell'identità individuale verso cui i mezzi tecnologici possono condurre gli utenti se usati male, considerando che essi fanno parte di un sistema basato su mode e tendenze in continua e repentina evoluzione, venduti in maniera quasi propagandistica come strumenti necessari per esprimere se stessi e colmare vuoti esistenziali. Si può così riprendere la teoria adorniana dell'industria culturale come insieme dei mezzi di comunicazione di massa imbastiti per rendere l'umanità sempre più passiva e diretta dalla tecnologia stessa che finisce per pensare al posto nostro. Non a caso, i genitori di Bonnie le comprano Lilypad ritenendo che sia la soluzione alla sua difficoltà nella socializzazione con gli altri bambini, quando in realtà il dispositivo finirà per alienarla ulteriormente dai suoi coetanei nel momento in cui la percepiscono come diversa (nel senso di deviante dal pensiero standardizzato e acritico cui conduce il consumismo sfrenato) solo perché gioca ancora con i giocattoli. 

Il rapporto tra giocattoli e dispositivi tecnologici richiama anche metaforicamente (e distopicamente) la graduale sostituzione dell'essere umano con l'intelligenza artificiale, che si configura sempre più come una minaccia esistenziale capace di riscrivere la realtà sociopolitica a un livello profondo. I giocattoli diventano così un baluardo della resistenza contro l'automazione crescente, rinviando a un topos onnipresente nella fantascienza (da Matrix a Terminator così come Cyberpunk 2077). Ma proprio la storyline della banda di Buzz avveniristici in versione droni, che si rivelano un valido aiuto per i protagonisti, esprime la vena ottimistica e non conservatrice del film, che non si vuole schierare dogmaticamente contro le novità tecnologiche - anche se possono sembrare qualcosa di spaventoso e totalizzante -, esprimendo invece una considerazione critica intermedia tra un neoluddismo spicciolo e un transumanesimo radicalista, che consiste nel vedere la tecnologia come un supplemento utile e talvolta necessario all'essere umano, in grado di elevare le sue capacità e farlo evolvere come specie (verso la singolarità e oltre), ma che deve essere opportunamente regolamentata e non idealizzata per evitare effetti indesiderati. La tecnologia in sé rimane un mezzo neutro al servizio di chi l'ha creata, che si rivela benefica o malevola a seconda delle intenzioni e delle modalità di chi la usa (quantomeno allo stadio attuale in assenza di intelligenza artificiale forte dotata di autocoscienza).

Queste riflessioni rimandano in definitiva a una visione heideggeriana della tecnica, concepita essenzialmente come una forma di manipolazione degli enti (e indirettamente dell'Essere) da parte dell'Esserci, ossia lo sfruttamento dell'energia della natura, tramite l'"impiego degli impiegabili", attuata dall'umana volontà di potenza. Heidegger concepisce la tecnica come la massima realizzazione globale della metafisica, vale a dire la visione del mondo che, tentando di sondare l'Essere nella sua totalità, si concentra di volta in volta sui singoli enti, conducendo così a un oblio dell'autentico Essere e alla deiezione dell'Esserci al livello ontico. In altri termini, già Heidegger - poi ripreso da tutta la tradizione postmoderna successiva - avvertiva dei risultati dell'uso smodato e poco ragionato della tecnologia quali la spersonalizzazione, o alienazione, dell'individuo che finisce per con-fondersi con gli enti che sta utilizzando, perdendo così sia la sua autonomia di pensiero che la facoltà di indagare le istanze più profonde della realtà, adottando un pensiero post-metafisico che vada oltre la superficialità anestetizzante degli schermi, ormai vissuti come il nuovo, falso Essere (un vitello d'oro dell'ontoteologia). Ciononostante, la critica heideggeriana della tecnica si risolve anch'essa con un'accettazione stoica di quest'ultima come di un momento destinale nel disvelamento dell'Essere, predisposto dalla natura stessa di quest'ultimo, e quindi come una tappa degna della massima attenzione filosofica volta alla correzione di eventuali eccessi prima di arrivare a una sintesi hegeliana che tenga conto della funzione degli enti tecnologici, semplicemente ridimensionando il loro rapporto con noi stessi e, soprattutto, con l'Essere.

La morale finale di Toy story 5 coincide dunque con un elogio della creatività, da vedersi come l'unica facoltà in grado di portare le persone a realizzarsi come individui autonomi contro la tendenza omologante e passivizzante dell'industria culturale. Il gioco creativo e fantasioso permesso dall'uso dei giocattoli è ciò che, kantianamente, affranca i bambini dalla loro condizione di minorità, ossia subordinazione al pensiero eterodiretto, donando loro spirito critico (sul lato razionale) e quel senso di meraviglia nei confronti della vita (sul lato emotivo) che spinge ad accrescere i propri orizzonti culturali ed esperienziali, concepito dai primi pensatori greci come la base di ogni filosofia. 

Considerazioni sparse:

  • Sebbene abbia apprezzato anche questo film per il messaggio sopra descritto, in questo caso l'esecuzione mi è sembrata più semplicistica e sbrigativa e in generale non ci ho trovato quella scintilla che mi ha fatto apprezzare il quarto film quasi quanto la trilogia originale. Anche se in quel caso potrei avere dei bias dovuti alle sue tematiche esistenzialistiche.
  • È un peccato che i vari giocattoli al di fuori dei principali siano messi sempre più in secondo piano, ma almeno abbiamo avuto un'ottima gestione del personaggio di Jesse che ha portato il suo percorso esistenziale (sic!) verso una direzione molto soddisfacente.
  • Se proprio devono fare un seguito esigo un approfondimento di eventuali neurodivergenze di Bonnie e un conseguente crossover con Inside Out. Il film mi è sembrato avere diverse battute codificate sulla depressione, quindi ora voglio anche un Inside Out 3 incentrato sulle psicopatologie per poter aggiungere nuove recensioni intrise di pessimismo al mio repertorio.